Tre chirurghi pediatrici condannati per non aver diagnosticato la rottura del diaframma vengono assolti in appello per non aver commesso il fatto.
Un bambino che giocava su uno scivolo gonfiabile allestito su un piazzale di una stazione sciistica veniva sbalzato in aria, con il gioco, a causa di una fortissima raffica di vento e ricadeva sulla strada sottostante al piazzale, da un’altezza di circa 8 metri. Il bambino veniva trasferito immediatamente all’ospedale pediatrico cittadino per grave trauma facciale, con ferite lacero contuse e fratture al volto, grave trauma toracico e fratture del bacino.
Sottoposto ad intervento chirurgico maxillofacciale, veniva ricoverato presso il reparto di chirurgia pediatrica, dove, dopo circa una settimana dall’incidente, il bambino decedeva per insufficienza cardiorespiratoria a seguito di compressione delle strutture intratoraciche da parte degli organi addominali erniati attraverso una lacerazione del diaframma.
Venivano rinviati a giudizio per omicidio colposo, oltre ai responsabili del gioco e a quelli degli enti locali che avevano autorizzato l’allestimento, i medici che avevano seguito il decorso ospedaliero del bambino.
Gli avvocati Anselmi e Muci difendevano, i medici A.P., N.T. e S.G., che avevano valutato il paziente il penultimo giorno di vita di quest’ultimo non ponendo, secondo l’accusa, la diagnosi di rottura del diaframma.
Il processo si svolgeva con una dinamica estremamente complessa, in ragione del numero d’imputati, di questioni processuali e di acquisizioni probatorie.
Si pensi che, ad esempio, nel corso delle indagini preliminari veniva eseguita una prima perizia medicolegale con incidente probatorio, che, in sintesi, escludeva la responsabilità dei medici. Su istanza del P.M. e dei difensori delle persone offese, il G.I.P. dichiarava nulla la perizia e ne disponeva una nuova affidata ad un diverso collegio peritale, il quale, questa volta, concludeva per la responsabilità dei medici. All’udienza preliminare, gli avvocati Anselmi e Muci chiedevano al G.U.P. di revocare l’ordinanza di nullità della prima perizia. Il G.U.P. accoglieva tale istanza, rendendo perciò utilizzabile anche la prima perizia, ma rinviava a giudizio gli imputati.
Dopo un dibattimento caratterizzato anche dal confronto tra i due diversi collegi peritali, il Giudice del Tribunale condannava, tra gli altri, anche i medici A.P., N.T. e S.G. alla pena, con la sospensione condizionale, rispettivamente di un anno e quattro mesi di reclusione il primo, 8 mesi di reclusione il secondo e 6 mesi di reclusione il terzo.
Gli avvocati Maurizio Anselmi e Monica Muci proponevano appello criticando in modo articolato gli argomenti della sentenza di condanna. Tra i motivi d’appello evidenziavano la correttezza delle diagnosi in rapporto al quadro clinico, l’adeguatezza degli esami eseguiti, la tempestività delle visite e la prova che i segni di rottura del diaframma erano emersi solo nell’ultima ora di vita del piccolo paziente, dopo la visita da parte dei due imputati e quando ormai la complicanza non era più utilmente fronteggiabile.
La Corte d’Appello accoglieva l’appello ed assolveva i tre medici per non aver commesso il fatto.
Proponeva ricorso per cassazione il Procuratore Generale, ma la Suprema Corte, davanti alla quale gli avvocati Maurizio Anselmi e Monica Muci si erano recati per difendere la sentenza d’appello, respingeva il ricorso rendendo definitiva l’assoluzione dei tre medici.